REPRODUCTIONS
carlo fei
BIENNAL DE MISLATA MIQUEL NAVARRO

L’opera fa parte di una serie fotografica di 12 immagini tutte diverse e tutte profondamente uguali che formano un unicum. La serie, la singola opera, è stata pensata in funzione della memoria della mia infanzia e di altre memorie mediate attraverso di me e anche da una riflessione sulla fotografia contemporanea di paesaggio. La memoria è un luogo fisico, Val di Luce, una valle vicino a Firenze. Memoria il mio fare fotografia fin dall’infanzia, la natura come pretesto, il ritrovamento di questo luogo in età matura dopo una gita con amici e di un sentimento antico dato dalle case del luogo che mi ricordavano le costruzioni, con quei camini lugubri e oscuri, della Londra dell’Inghilterra industriale fino all’invenzione della fotografia. Che cosa esiste di più sociale della riuscita di una fotografia che raccoglie la realtà e la mostra?
La fotografia di paesaggio contemporanea italiana soffermandosi sui luoghi li rende partecipi della narrazione degli stessi ritraendosi e dichiarando la propria incapacità di fronte ai fatti che vi accadono, una sorta di edonismo rassicurante. Una miopia che nasconde ciò che accade veramente piuttosto che mostrare. Si è persa connotazione storica di certa fotografia americana legata al new-deal, Walker Evans, a Ansel Adams, memoria naturale, o anche di quella più concettuale legata alla pop-art  e alla minimal-art degli anni 60, Ed Ruscha, oppure al movimento new-topographics, Lewis Baltz, della metà degli anni 70.
Forte è l’accostamento che sento, tra me, la fotografia e il paesaggio, sia esterno che simbolico. Volevo trovare un paesaggio che diventasse realtà piuttosto che finzione, rappresentazione o peggio ancora ideologia o narrazione giornalistica. Volevo trovare un mio inizio legato all’inizio che aveva portato al primo libro fotografico della storia:
The Pencil of Nature, di William Henry Fox Talbot.
Un libro che ha al suo interno stampe negative e stampe positive. Un catalogo di immagini di esempio fotografico delle possibilità offerte dal mezzo fotografico. Non solo, ma penso anche per le sue proprietà sintomatiche di inconsapevolezza artistica che verranno usate dopo di lui e senza di lui da tutti i movimenti artistici fino al ready-made di Marcel Duchamp, in totale completamento del suo fare fotografia.
Questo grappolo di motivi è servito per costruire la serie fotografica Black Light, (Progetto Val di Luce), e il libro.
Ho iniziato da un negativo a colori per le riprese con luce allo Zenith per non creare ombre portanti. Dai negativi ottenuti ho fatto scansioni digitali e li ho portati in scala di grigio e poi di nuovo ritrasformati in RGB, colore additivo, così come un pittore usa i colori ho usato i file come colori solo per i bianchi e i neri. Ho ritoccato elettronicamente i file ottenuti in modo da costruire l’ombra e la luce come volevo per evidenziare o annullare certe parti delle immagini, cercando di rendere irriconoscibili i luoghi e cercando di vedere oltre la sostanziale apparenza della fotografia stessa, cercando di documentare la realtà che è virtualità dell’esistenza delle cose apparenti.
Ogni fotogramma della serie trova la sua appartenenza nell’essere uguale agli altri pur affermando la propria indipendenza e iconicità.
La sua trasformazione in immagini-memoria relative ad un momento-luogo storico preciso, l’Inghilterra della fine del ‘700 e la prima metà del 1800, dove si incontrarono idealmente tre artisti: William Turner, William Blake, William Henry Fox Talbot, mi ha portato a ridefinire il mio lavoro. Ripartire e rinascere da un momento che viene azzerato sull’orizzonte piatto di una fine e di una nascita in un continuum spaziale senza prima né dopo.
Talbot, artista inconsapevole, inventore vero della fotografia, oserei dire dell’arte moderna, così come ancora oggi la conosciamo e parlo della pellicola, del negativo fotografico, ha profondamente modificato l'immagine che avevamo della realtà, incidendo profondamente su di essa. Il virtuale è diventato reale. La luce è diventata la matita, il pennello, che traccia i contorni delle cose, in una sorta di identificazione con il disegno, la pittura, come se fosse la sua naturale evoluzione.
Non più il paesaggio ma la luce diventa protagonista assoluta dell’arte fotografica. Luce Banale, (tramonti, marine etc), delle pitture di William Turner, Luce Visionaria (vedere la realtà oltre le apparenze) delle pitture di William Blake, Luce Fotografica che aiuta a rivelare la nuova realtà, più reale, più visionaria, più nitida, senza errori, meccanica, scientifica, indifferente, oggettiva, attraverso le fotografie fatte con il negativo di William Fox Talbot. Un nuovo mondo si è aperto ai nostri sguardi neri e oscuri, un mondo piccolo, invisibile, che prima della sua invenzione era visibile solo nelle idee scritte dai nostri padri greci. La realtà si è improvvisamente illuminata. È diventata un luogo utopico che si può replicare in qualsiasi parte dell’universo.
Il mio intervento in Val di luce si è caratterizzato cercando di decontestualizzarla e di farla sembrare senza appartenenza alcuna. Ho cercato di fare un blow-up del paesaggio rendendo omaggio anche al film di Michelangelo Antonioni, Blow up, storia di un fotografo che tramite un mimetismo vegetale e la grana della pellicola ingrandita trova il misfatto, vede! Misfatto compiuto in un giardino come se la natura vera stesse a guardare impotente ma che si confonde con esso. Misfatto che reca l’impronta del delitto stesso sulla e della natura. Val di luce, misfatto, che allo stesso tempo mostra e nasconde. La mia fotografia non cerca colpevoli per il misfatto, vuole solo indagare concettualmente ciò che ci sta davanti e che noi non vediamo. Un modello sociale, politico e antropologico teso a concentrarsi sul qui ed ora ma spostandolo circolarmente ad un sentimento universale atemporale naturale.
Materia che Brucia, esplode, implode. Macchie di Luce e Ombra. Paesaggio senza paese. Luogo atopico, sintomatico, dove può essere stato o è o sarà.
Paesaggio che implica l'abbandonare certezze e incertezze, viaggi che sono costretti da necessità, modelli perturbanti coinvolgenti altre sintomatologie, una continua colonizzazione da parte di forze che rendono sempre schiavi, un bianco e nero che serve da barra stabilizzatrice di epopee mediatiche rendendoci complici di atrocità. L'arte ci dovrebbe condurre ad un nucleo potente di consapevolezza individuale oltre ogni irragionevole dubbio. Il sonno della ragione genera mostri, come dipinse magistralmente Francisco Goya, sul finire del '700. Non dobbiamo mai arrenderci a questo sonno ma neanche alimentare troppo la sua ragionevolezza.
Se l'arte è la vita, dovremo impegnarci con le immagini a renderla migliore, o semplicemente a renderla quello che è.